Scelsiana 2016 – Intenzioni – Aldo Brizzi

Un Festival dedicato a Scelsi deve innanzitutto guardare nella stessa direzione verso la quale guardava Scelsi: una direzione forse circolare ma indifferente a tutto ciò che non era ed è il guardare dentro se stessi come cammino verso la libertà, unica condizione per ascoltare e comunicare il mondo oltre le apparenze. Ovvero la libertà dalle mode, dagli accademici di ogni latitudine e longitudine, da coloro che, per motivi d’interessi variegati, si lasciano, per usare parole definitive per Scelsi, opacizzare.

Cioè tutti gli opacizzati che cavalcano un’energia per imprigionarla nei confini dei loro interessi personali o ideologici. Liberi da costoro possiamo vedere in forma non opacizzata ciò che ha spinto Scelsi ad agire. Lo ha indicato nello statuto della Fondazione da lui stesso creata: la ricerca della musica esoterica di ogni tempo e geografia.

Il convegno “Per una identità scelsiana oggi” vuole indicare una precisa direzione opposta agli studi materialisti che hanno fatto sempre sorridere Scelsi, un sorriso di consapevole superiorità. Questa musicologia materialista, autorefenziata come scientifica, ritiene necessario etichettare e catalogare, imprigionare Scelsi, come chiunque altro, nell’omologazione e tramite questo sotterfugio, escluderne, se non con qualche concessione da nota in calce, ogni altra valenza.

Nel convegno indagheremo invece corrispondenze sotterranee con il flusso di coscienza della musica di Scelsi in modalità di tipo etno-musicologico ed esoterico, avvalendosi di preziosissime testimonianze di chi, con Scelsi, ha convissuto, ha interagito ovvero immergendosi nel tesoro di chi ha ricordi vivi e non teorie astratte per una identità scelsiana oggi. Ovvero ciò che Scelsi ci può dare oggi in termini di energia vitale e non come frammento da museo.

Scelsiana tenterà di indicare la strada verso una conoscenza altra di questa musica, di questo modo di essere e di porsi.

Il festival toccherà altri punti che riguardano l’interesse convergente e disinteressato di artisti molto lontani e diversi tra loro che hanno dedicato un’attenzione e un’applicazione nella loro arte assolutamente visionarie, ai tempi in cui la musicologia ufficiale e gli artigiani della composizione dibattevano e spettegolavano intorno al tema: chi è stato il “sequencer umano” di Scelsi?

Per quanto riguarda le esecuzioni tenteremo di far riflettere sulle modalità che la musica di Scelsi suggerisce, anch’esse tutte rivolte a quella “identità” sulla quale si lavorerà nel convegno.

L’esecuzione al Teatro Massimo di brani per pianoforte di Scelsi dapprima in versione usuale, su un pianoforte perfettamente accordato e in seguito, grazie alla collaborazione di Aki Takahashi che ci ha inviato le registrazioni che lo stesso Scelsi le aveva lasciato negli anni ’70, su un pianoforte scordato ed infine ascoltando la registrazione dell’autore al pianoforte. Perchè su un pianoforte scordato? Lascio alla memoria di ciò che Scelsi mi aveva detto a riguardo: “io non lascio mai avvicinare un accordatore al mio pianoforte, altrimenti lo rovina. La cosa più interessante in un pianoforte sono proprio quelle risonanze che nascono da ciò che gli artigiani chiamano scordature. E invece sono proprio queste “scordature” che mi suggeriscono la nota successiva che devo suonare”.

Scelsiana tenterà di indicare la strada verso una conoscenza altra di questa musica, di questo modo di essere e di porsi. Percorrendola si capirà quanto inutili e pretestuosi sono i problemi pratici, che arrivano addirittura a mettere in dubbio la paternità di chi ha firmato le partiture.

Affronteremo quindi problemi pratici: ad esempio, Scelsi improvvisava (in India non c’è distinzione tra improvvisare e comporre) i suoi brani al pianoforte o all’ondiola, poi diligentemente trascritti in pentagramma da copisti attenti.

Nel 1987 a Royaumont un noto esponente dell’Ensemble InterContemporain, in mia presenza, chiese a Scelsi delucidazioni su un suo pezzo per strumento solo. Disse: le edizioni sono un caos, ci sono due versioni, una a battuta XY indica una terzina e l’altra versione indica invece una pausa e poi una duina. Questa è finalmente per me l’occasione per chiarire questo problema e darne una versione precisa. Gli occhi di Scelsi si inumidirono fino a guardare oltre. E rispose: faccia quello che vuole. Non importa se è una terzina o qualcos’altro. Ciò che veramente importa è che il suono che ne esce sia come un raggio laser capace di bucare la volta stellata per guardare oltre.

Il noto esecutore sembrava interdetto e infastidito e deve aver pensato che il vecchietto ormai aveva problemi nel pensare e ricordare ciò che aveva scritto. Non si era accorto che la risposta, invece, era stata “estremamente precisa”, molto più precisa di quanto il malcapitato non potesse neppure desiderare.

Il malcapitato è comparabile a tutta la musicologia che veste il paraocchi di una precisione materialista, dialettica e che vorrebbe i reperti di Scelsi comparabili a frammenti da etichettare e chiudere in una bacheca di un museo, come una statua di Venere sulla scrivania di un colono inglese dell’800, che, mentre ne ammira la bellezza statica è infastidito dal rumore dei tamburi dei negri selvaggi che nei campi stanno facendo baccano. E magari, proprio in quello stesso momento, i selvaggi stanno chiamando tramite strumenti e ritmi rituali, Oxum, entità del pantheon animista africano assimilabile alla Venere della mitologia romana. Con la differenza che mentre Oxum può manifestarsi tramite i corpi in trance che la veicolano, cioè è vita, la Venere del colono è ormai solo un pezzo di marmo inanimato, di cui abbiamo perduto la chiave. E il colono colto si arroga una lettura in chiave storica e nozionistica che non considera ciò che più importa: la vita.

Quindi ai coloni scientifico-professionali moderni sfugge un fatto fondamentale: che il suono di Scelsi tocca corde riposte degli archetipi che abbracciano simboli ancestrali e mistici annichiliti in occidente con il sopraggiungere della cultura del logos.

Wittgenstein disse: di ciò che non si può dire bisogna tacere. Taccio.

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