Nostalgia del suono

A cura di Daniela Tortora, da un’idea di Livia Mazzanti e D. Tortora

La forza magica della musica è fondata sulla priorità del suono nel cosmo. […] 

La musica congiunge perché porta a consuonare tutto ciò che è in grado di vibrare, o almeno lo fa oscillare. […] La potenza del suono vibrante sembra però limitarsi a ciò che è suscettibile di vibrare, e poiché questa facoltà è stata smarrita dall’uomo moderno in misura spaventosa, egli si trova comprensibilmente al cospetto di tali cose in uno stato di incredulità o di smarrimento. 

Marius Schneider, Il significato della musica, 1970

È ormai trascorso un anno, più di un anno per la verità…  Abbiamo congelato (congedato) buona parte delle nostre consuetudini sociali (ma abbiamo dovuto sfoltire parecchio anche quelle individuali) e spostato il baricentro della nostra esistenza sulle cosiddette piattaforme digitali. Lavoriamo in streaming, facciamo scuola in streaming, incontriamo colleghi e amici in streaming, festeggiamo compleanni ed eventi speciali in streaming, ascoltiamo concerti in streaming, presentiamo libri, partecipiamo a seminari, incontri di studio, convegni in streaming… il che priva il nostro surreale vissuto odierno di quella parte indispensabile che è data dalla relazione umana, dal contatto vero fisico affettivo con gli altri, che pure ne è motore e destino al tempo stesso, lasciandoci isolati e svuotati nelle nostre stanze violate dall’occhio indiscreto delle telecamere dei nostri pc… 

Per i musicisti e per tutti coloro che gravitano attorno al pianeta musica (interpreti, compositori, discografici, organizzatori, critici e musicologi, musicofili e semplici ascoltatori) la sottrazione della dimensione viva reale partecipata del far musica aggiunge al danno la beffa: il suono, così tangibile proprio perché donato e incastonato in tempo reale nella memoria d’ascolto come fosse un abbraccio irripetibile e duraturo, è sparito, costretto in formati surrogati che acuiscono in maniera esponenziale i nostri bisogni e la nostra insofferenza nei confronti dell’abbaglio telematico. 

Ci siamo interrogati attorno a questo tema e abbiamo cercato di riprenderci la parola sottratta per provare a ridefinire i contorni del ‘già dato’ e le nostre aspettative per il futuro. Lo abbiamo fatto attraverso la collezione di alcune citazioni d’autore, ove recuperare un possibile antecedente del nostro sentire odierno, e attraverso la riflessione inedita di giovani e meno giovani protagonisti della vita musicale del nostro tempo: ne è scaturito un manifesto, nient’affatto neutrale, né tanto meno ‘politicamente corretto’, all’interno del quale speriamo di poter accogliere in prospettiva sempre nuovi contributi di pensiero e, perché no, di azione. (D.T.)   

Sommario

1.  Imparare ad ascoltare, o a vedere la musica?

2.  Big Bang dell’universo, exploit sonoro dell’uomo, allontanamento dalla natura

3.  Il suono, l’ascolto, ultimi bastioni in difesa dell’udito

4.  Claustrofobia del consumo musicale, claustrofobia della vibrazione

5.  Apologia del respiro 

6.  Siamo tutti Beethoven (ironia di una commemorazione)

7.  Scrivere di musica: «il grido d’allarme» della musicologia

1. Imparare ad ascoltare, o a vedere la musica?

[…] mi accorsi ben presto che negli studenti adulti la percezione acustica era ritardata da ragionamenti inutili e preconcetti, mentre nei bambini era immediata, spontanea e stimolava in modo naturale l’analisi. Da allora iniziai a educare l’orecchio dei miei allievi fin dalla più tenera età e constatai che le facoltà di ascolto si sviluppano molto rapidamente nell’infanzia, periodo in cui ogni sensazione nuova appassiona il bambino e lo riempie di una curiosità piena di gioia.  

Émile Jacques-Dalcroze, agosto 1919

[…] cos’è musica elementare? Musica elementare non è mai musica sola, essa è collegata a movimento, danza e parola, è una musica che ciascuno si fa da sé, nella quale si è implicati non solo come ascoltatori, ma come co-esecutori. Essa è pre-intellettuale, non conosce grandi forme né architettonica, produce ostinati, piccole forme ripetitive e di rondò. Musica elementare è terrestre, innata, corporea, è musica che chiunque può apprendere e insegnare, è adeguata al bambino. 

Carl Orff, Das Schulwerk, Mainz, Schott, 1964 

La musica fuori e dentro di noi

[…] Ricominciamo dunque da dove è iniziata la musica stessa. Le vere fonti della musica sono dentro ciascuno di noi e fanno parte della vita che è in noi […] cominciamo a fare musica usando come materiali le risorse fondamentali che abbiamo: il silenzio intorno a noi e i suoni che udiamo nel silenzio. 

John Paynter – Peter Aston, Suono e silenzio, trad. it., Roma, ERI, 1980

Sono un chitarrista e un compositore elettroacustico. Non ho mai avuto un’intensa attività concertistica, anche a causa di una forte emotività che non mi ha aiutato in tal senso. È certamente questa una delle ragioni per cui alcuni anni fa ho creato un mio canale YouTube sul quale, dapprima, ho caricato le mie esecuzioni in concerto, poi sono passato alle registrazioni in home recording. Complici anche i vari lockdown, questa è attualmente la mia attività artistica principale; capisco tuttavia che chi vive di concerti possa attraversare un momento di grande difficoltà.

Per quanto concerne la didattica a distanza (DaD) dello strumento musicale premetto che è difficile evitare banalità, ma cercherò di spiegare il lavoro fatto e condividere le mie riflessioni al riguardo. Insegno Chitarra e Musica d’Insieme; con l’avvento del lockdown dello scorso marzo 2020 ho cercato di organizzarmi al meglio. Per la Chitarra ho fatto lezione in diretta, con tutti i problemi annessi e connessi (audio fuori sincrono rispetto al video, inquadrature improbabili in cui si vede sì e no una delle due mani, immagini da dipinto cubista, fratelli che entrano nella stanza reale/virtuale disturbando in vario modo, etc.), e in differita, cioè scambiando filmati delle mie spiegazioni e delle esecuzioni degli allievi. Quest’ultimo è un aspetto interessante, a mio avviso, perché si è creata una consuetudine che potrà essere utile anche quando la situazione tornerà alla normalità. Inoltre, le lezioni in diretta si possono registrare, e questo agevola senz’altro gli allievi. Per quanto concerne la Musica d’Insieme si è potuta fare solo una cosa: ho creato delle basi, spedite ai ragazzi, ciascuno ha filmato la sua esecuzione sincronizzata con detta base in cuffia e poi il tutto è stato montato su un unico filmato multiscreen. I ragazzi hanno realizzato degli arrangiamenti che hanno montato essi stessi con questa tecnica, con risultati non di rado interessanti. 

È evidente, tuttavia, che questa resta comunque una didattica emergenziale: non si può passare la vita a fare lezioni di strumento fuori sincrono (tra l’altro, non si può suonare insieme con l’allievo, e questa è una grande privazione) e a fare filmati in multiscreen. Per tutte le altre materie scolastiche i concetti espressi in una lezione verbale a distanza, seppur veicolati in ritardo e con qualche disturbo, arrivano comunque; viceversa il suono, in tutti i suoi parametri, è gravemente penalizzato. 

Su tutto, e per tutti, la grande spada di Damocle della solitudine nelle proprie stanze, oppure la costrizione in ambienti caotici per mancanza di spazio.

Luca Margoni, 16 marzo 2021

2. Big Bang dell’universo, exploit sonoro dell'uomo, allontanamento dalla natura

Dans la surdité souterraine

aux multiples fissures

dans le creux des rochers

aux infiltrations vagabondes

la réjouissante sécurité

des hommes construits de parti-pris.

 

Giacinto Scelsi, L’homme du son, Arles, Actes Sud, 2006, p. 25

Un probante contributo alla tesi dell’interscambio fra sensazioni visive e auditive – sinestesia o unicità, fondamentale della sensazione – è dato dalla linguistica comparata. I radicali indoeuropei indicanti “parole, dire, suono” e “apparire, brillare, luce” sono sostanzialmente i medesimi. […]

La musica ha perciò, nel simbolismo dei miti pre o protostorici, un posto indistinto fra l’oscurità dell’incoscienza e la luce dell’intelletto: quando dal primo stadio della creazione, magma informe, caos primordiale, si procede verso le distinzioni successive, una parte del “suono” diventa “musica”, un’altra linguaggio logico, una terza decade in materia. E se l’uomo vuole avvicinarsi agli dei, essendo l’essenza dell’universo di radice sonora, è necessario ch’egli produca una musica luminosa […] Quando il vangelo di Giovanni riprende il termine platonico-filoniano del logos per porlo come radice cosmologica, evidentemente raccoglie le fila delle due tradizioni, quella del pensiero greco, dove il suono-parola è anche connessione discorsiva, e quella della cosmologia e dei riti asiatici, per cui il suono-parola è forza creatrice. […]

Nel De Musica di Agostino le opposte tendenze sembrano trovare una sistemazione che concilia la tradizione pitagorica di una musica come armonia di numeri, l’interpretazione simbolica degli strumenti, il canto in exultatione (o giubilo alleluiatico), dove il potere sull’anima non è dato dal significato logico delle parole, seppur “sacre”, ma dal suono per sé.

Domenico Guaccero, Testo parallelo A:B sulla storia della musica “sacra” in occidente (1969), in Id., “Un iter segnato”. Scritti e interviste, a cura di A. Mastropietro, Lucca, LIM, 2005

Suono della Nostalghia: del suono come massa incorporea

Le onde nate dal tremore del corpo che risuona […] diffuse per l’aria vanno a far la titillazione su il timpano del nostro orecchio, la quale nell’anima ci diventa suono.

Galileo Galilei

Mi ha sempre sbalordito, o per meglio dire interessato, il fatto che i musicisti non abbiano bisogno di immagini, mentre i fabbricatori d’immagini hanno bisogno della musica. Io per esempio durante una scena ho sempre voglia, siccome di colpo si sente la musica, di fare una panoramica o un carrello, se fosse possibile, per andare a scoprire l’orchestra che sta suonando. E dopo ritornare alla scena; e che la musica smetta appena non ho più bisogno di vedere l’immagine, in modo da poter esprimere qualcos’altro.

Jean-Luc Godard  

Una volta un bambino mi chiese: ma dove va la musica quando non suona più? Solo i bambini fanno domande così.

Federico Fellini, Prova d’orchestra, 1979

L’aspetto deteriore che riscontro in questa vicenda è il rischio del ‘fare ad ogni costo’. L’occasione persa, dopo una prima fase − fisiologica − di smarrimento, di fare spazio ad una, forse imposta forse necessaria, igiene acustica, ad un riparo dal rumore di fondo del ‘pur che sia’. Mentre da una parte le varie istituzioni adeguano la programmazione a questi tempi ‘costretti’, di riflesso si ingenera nel fruitore-medio la rincorsa alla proposta dei luoghi-nonpiùluoghi di fiducia in preda all’ansia di trovare chi costruisca i propri palinsesti, con un surplus di offerta tale da determinare un’autentica saturazione dell’etere.

Naturalmente qui non si vuole ignorare il cuore della questione. Non si organizza uno streaming a porte chiuse per propria scelta, preferendo un pubblico virtuale ad uno fisicamente presente, ma per superare un impedimento temporaneo dettato dalle contingenze. Chi vi fa ricorso ha il sacrosanto diritto di appellarsi alle possibilità concrete di far sopravvivere la propria voce in un frangente in cui è costretta al silenzio.

La questione non è tanto stabilire a monte la correttezza di tali operazioni, ma riflettere su cosa ne è dell’enorme mole di materiale che viene rilasciata come innumerevoli messaggi in bottiglia per destinatari sconosciuti. Svuotate le poltrone dei corpi, sostituiti i corpi con telecamere e microfoni, ci si rivolge a platee vuote per immettere il frutto della propria necessità espressiva in un flusso di dati già fortemente trafficato, determinando una sovraofferta.

Orientarsi in un simile ginepraio si rivela perciò particolarmente difficoltoso, tanto più in quanto si ha la concreta possibilità di attingere ad un archivio potenzialmente sterminato tra dirette e ‘differite’ ad libitum. Mentre l’esperienza fisica del suono si allontana nella sua rappresentazione, i corpi dei singoli spettatori che nel privato delle proprie camere aderiscono alla mediazione fornita dalla rete si vedono negata la dimensione precipua della musica suonata, quella della fisicità del suono, della sua fonte acustica compresente in un ambiente comune − ché se la musica è per definizione invisibile, incorporea, possiede una consistenza fisica in quanto ‘massa’ sonora (fatto questo altrettanto vero laddove viene diffusa acusmaticamente).

E se il luogo fisico che risuona delle vibrazioni direttamente prodotte da uno strumento musicale si allontana nella riduzione in scala all’interno di uno schermo, parallelamente si smarrisce una dimensione speculare, che dall’aspetto strettamente musicale − della musica come esperienza − si estende all’elemento determinante che queste occasioni di riflesso offrono: quello aggregativo-relazionale. Quello che lega più persone indipendentemente dal fatto che si conoscano nel momento in cui si trovano in uno spazio fisico comune a condividere un’esperienza estetica, nello specifico a prendere parte a quel rito pagano che è la musica dal vivo.

Nei mesi scorsi la mia esperienza di spettatore mi ha portato altrove, a focalizzarmi su esigenze nuove che nuove circostanze portavano a galla, e a considerare che, se esiste un tempo per tutto − ed è importante individuarlo, circoscriverlo e non lasciarlo invadere e sovrapporre da quanto necessita a sua volta di un suo proprio tempo − il tempo domestico non deve necessariamente assoggettarsi alle modalità nelle quali per abitudine abbiamo imparato ad organizzare le nostre giornate, volendo riprodurre in cattività le condizioni (o piuttosto il loro simulacro) che riteniamo caratteristiche della nostra quotidianità espropriata.

In tal senso, il tempo che si sceglie di destinare a un concerto, come a uno spettacolo teatrale o a una proiezione cinematografica, è comprensivo del tempo necessario a raggiungere fisicamente il luogo e a quello si estende, così come ciò di cui si è fatto esperienza lascia una traccia e si metabolizza nel tempo necessario al ritorno, nelle impressioni scambiate con chi si ha vicino, sedimentando lungo il tragitto.

Privati di questi spazi di sedimentazione, di questa compenetrazione e ‘coestensione’ tra tempo scelto e spazio fisico attraversato, il rischio di ridurre tutto a tasselli da aggiungere al carrello dei consumi culturali è forte.

Luca Bisante, 31 marzo 2021

[…] Resta quindi un fatto: quello della ‘forza’ posseduta dall’emissione sonora, che davvero esiste in ogni buona composizione o emissione musicale, anche di tradizione orale. Allora è legittimo ritenere che questa, anche se può apparire come una curiosità, non è fantasia ma potrebbe costituire la base di una vera ricerca. Come mai l’energia emanata dall’emissione sonora riesce ad avere un così grande potere pur adoperando mezzi emettitori del tutto primordiali? Come mai questi mezzi, dichiarati scaduti, riescono a provocare emozioni tali da far trascurare, seppure momentaneamente, ogni processo critico? Perché i mezzi emettitori hanno avuto e hanno un tale potere? Sono domande queste che restano lontane e prive di risposte, o alle quali non è sufficiente rispondere con una cultura che escluda la scienza. Purtroppo, tutto ciò lo si deve alla mentalità dominante nel mondo della musica, una mentalità che deriva da una atavica istintività ed emozionalità e che vieta qualsiasi visione critica e rimuove qualsiasi osservazione scientifica capace di intaccare il proprio universo.

Franco Evangelisti, Dal silenzio a un nuovo mondo sonoro (1979), Roma, Semar,1991, p. 77

3. Il suono, l’ascolto, ultimi bastioni in difesa dell’udito

Le nuove trovate tecnologiche, come quella dello streaming, sono oggi una realtà  che offre possibilità differenti da come noi siamo abituati a comunicare. Ma il comunicare non è soltanto immagine e suono. Noi umani possediamo cinque sensi e forse più… e una comunicazione per essere efficace deve soddisfare l’intero essere. Ad esempio, sono anche un rodologo e ritengo per me essenziale il profumo delle rose nell’osservarle e nello studiarle e al quale, a causa delle attuali trovate in streaming, dovrei rinunciare. Vi sembra possibile? Limitandoci all’olfatto posso raccontare che in una presentazione di un mio ascolto di qualche tempo fa, annunciavo che «scopo della mia musica è far sentire l’odore del suono». […] Così scrivevo nel 2009 a proposito de L’ascolto integrale (in Il pensiero musicale sistemico, Roma, Aracne, 2017, p. 271sgg.):

Ascolto la musica e vedo, assaporo, tocco e sento l’odore dell’aria che attraversa un campo di erbe che si piegano al suo tocco e oltre le erbe scorgo una valle e ancora più lontano una collina divisa in aree ordinate di verde coltivato e terra brulla e oltre ancora il blu del cielo striato di nuvole bianche, quasi trasparenti. Il sole mi illumina e mi riscalda da ovest, che è alla mia sinistra, e le ombre degli alberi e di tutte le cose che si ergono sulla terra, su questa si allungano.

Vedo, odoro, ascolto, assaporo e tocco, camminando, una terra umida e grassa dove ciuffi d’erba nuova si affacciano tra le foglie cadute lo scorso inverno.

In questa molteplicità di sensazioni non riesco a separare la musica dal resto: ho paura di pensare che potrei farlo perché so già che di questa percezione intera rimarrebbe ben poco. Frammenti, cose spezzate che forse in un altro luogo e tempo si ricombineranno a formare nuove percezioni. 

Sono affascinato dall’ascolto integrale e mi rimane difficile concepirne altri. Ciò che chiedo agli Amici è di provare ad ascoltare integralmente. È facile, basta affinare i nostri sensi e porre attenzione a ciò che accade: odori, rumori, e quant’altro. Per fare ciò occorre avere la consapevolezza di essere protagonisti e non spettatori che contemplano qualcosa al di fuori di loro; siamo nell’ascolto insieme a ciò che ascoltiamo e l’esperienza di ascoltare l’ascolto è quella che ci interessa. 

L’ascolto integrale richiede una concentrazione diversa da quella che normalmente prestiamo per cose distinte. Nell’ascolto integrale o totale è indispensabile che il particolare venga percepito attraverso il generale, e viceversa. In questo modo tutti i nostri sensi, e non soltanto l’udito, sono all’opera e l’intero corpo interagisce con gli stimoli provenienti dall’esterno. In tale tipo di esperienza l’intero paesaggio risuona insieme. Non si è in una situazione da concerto dove la musica è altro da noi, si è invece dentro un evento complesso in cui suoni e rumori dell’ambiente si mescolano con quelli musicali e con il volo silenzioso di una Poiana o il fruscio delle foglie di un Ailantus e con il vento che le mette in vibrazione e la luce che li illumina: in queste circostanze tutto è meravigliosamente uno: Il colloquio con la natura resta, per l’artista, conditio sine qua non. L’artista è uomo, lui stesso è natura, frammento della natura nel dominio della natura.(Paul Klee, 1927).

Noi apparteniamo alla natura e la relazione è l’unico modo che abbiamo per intenderla. Avrete notato che quando si entra in un bosco, un giardino o persino in una casa, non siamo soltanto noi a relazionarci con ciò che ci circonda, ma qualsiasi cosa si relaziona con noi. Lo stesso accade per l’ascolto; si ascolta e si è nello stesso tempo ascoltati. […] 

Walter Branchi, 7 marzo 2021

Nostalgia, nostalgia canaglia

Da qualche tempo musicisti di ogni ordine e grado vivono uno stato d’ansia generalizzato, senza potersi nemmeno sottrarre alla sfida adattativa imposta da consumi alternativi alle solite pratiche: specie gli esecutori hanno visto compromesso il proprio spazio di gioco − senza dimenticare il pubblico, da abbonato ad abbandonato agli streaming nel giro di qualche mese soltanto (avesse ragione Franceschini?). A pensarci bene, si tratterebbe di condizioni ampiamente dibattute a suo tempo dagli studiosi di estetica della comunicazione (Mario Costa sugli altri) da lasciare poco spazio a nuove intuizioni nel merito che non le abitudini prontamente familiarizzate: si è continuato a non indicare distinzione alcuna tra industria culturale e ricerca estetica al punto da poter quasi considerare le condizioni dell’ultimo festival della canzone italiana augurabili − eppure ci occupiamo di altro. Sarebbe stato opportuno vigilare, specie in questa fase, sulle diverse proposte (anche i balconi, certo) piuttosto che aderire, sostanzialmente, pur di rimediare una nostalgia ancora più canaglia, quella relazionale, intimamente connessa alla produzione sonora. Le stesse condizioni riservate alla ripresa delle attività lasciano ampiamente irrisolti molti quesiti legati all’effettiva partecipazione del pubblico in qualità di ascoltatore, eppure si continua a programmare senza sosta. Dietro questa incapacità rispetto al silenzio si nasconderebbe una certa propensione alla rimozione del passato pur di arrivare, sospesi, al futuro. Sarà l’assenza di un sindacato di categoria, è pur certo che la coscienza di classe è spettro troppo antiquato per questi tempi da rimediare sostanzialmente in digitale. Dove non ha potuto la musica, può il pensiero animando diversi interrogativi che siamo chiamati a prendere in considerazione: cui prodest?

Antonio Mastrogiacomo, 13 marzo 2021

Toda asimetría es la nostalgia

de una simetría

 

Roberto Juarroz

La mia relazione diretta con la musica dal vivo è cambiata molto negli anni, di pari passo con i miei interessi. Molti aspetti che forse un tempo ritenevo irrilevanti hanno assunto una posizione sempre più preminente nella gerarchia percettiva: la disposizione dei corpi, la prossemica, l’illuminazione, la tensione che produce quell’attenzione che sola può ingigantire, come per gulliverizzazione, il rito a cui si è chiamati a partecipare.

Tutti questi fattori concorrono in modo certo − e tanto quanto il contenuto del lavoro stesso – all’origine di un sistema che ascolta. Un coro di orecchi. E tutti questi orecchi si comportano come animali semplici: loro rispondono; risuonano. Come i sonar di una flotta di sottomarini, che si rilevano a vicenda negli abissi, l’orecchio che partecipa ad un sistema che ascolta è suscettibile alla propria collocazione. 

Non più solo, produce un echeggìo che dilata il senso per poi restringerlo, come mantice di fisarmonica. 

Percependosi finalmente in rapporto a quello verso cui si affaccia, può scrutare nel profondo intimo del matrimonio tra spazio e tempo. 

La nostalgia del suono è la nostalgia per l’impossibile. È un cerimoniale arcano e tribale, proibito al linguaggio in quanto idioma delle ossa e della carne. Perché ci sfugge, come la vita, che non afferra. 

Renato Grieco, 15 marzo 2021

Nostalgia, dal greco νόστος, ritorno, e άλγος, dolore, sofferenza: «sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare» (Milan Kundera, L’ignoranza, trad. it., Milano, Adelphi, 2001). Di sofferenza parliamo, dunque. Di sofferenza per il desiderio inappagato di ritornare all’esperienza dell’ascolto nel contesto che gli è proprio. Perché il ‘qui e ora’ che accade quando si fa, e si ascolta, musica dal vivo non è in alcun modo sovrapponibile o intercambiabile con altri modi di fare, e ascoltare, musica. 

L’aria che comincia a muoversi, suggerendo già promesse di ascolto, quando i musicisti iniziano ad accordare gli strumenti. Gli ammiccamenti tra il pubblico, mentre si sfoglia il programma di sala per migliorare la consapevolezza su ciò che sta per accadere. E poi quello spazio sacro del silenzio che precede l’inizio dell’esecuzione. Quel momento magico di concentrazione delle energie di chi si accinge a produrre musica e di chi, come me, si predispone all’ascolto. È da lì che tutto ha inizio. Ogni volta è un succedersi di esperienze diverse, sempre cariche di nuove scoperte e suggestioni, e quello che conta è essere lì, trovarsi dentro quello stesso spazio che risuona. Non essere altrove, non davanti a uno schermo, non nel proprio habitat abituale. 

Non voglio negare i pregi dell’ascolto, e riascolto, della musica riprodotta. Ed anzi. La ‘Rete’, questo fantastico e infinito mondo virtuale cui siamo esposti, ci offre innumerevoli occasioni di tornare e ritornare su fatti musicali altrimenti inaccessibili, ogniqualvolta lo si desideri, con ascolti anche di qualità. E ognuno di noi, a ben pensare, sarà riuscito a trarre da quest’epoca così inattesa e strana occasioni e sorprese inconsuete, nuovi modi di stare al mondo, di mettersi in ascolto, di pensare e ri-pensare la storia e le storie.

E però, l’occasione è preziosa per lanciare: un invito? un appello?

Combattiamo l’assuefazione. Non abituiamoci all’assenza di quell’ineguagliabile rito, collettivo e individuale al tempo stesso, che è l’esperienza della musica dal vivo. Continuiamo a sentire la nostalgia di quei palpiti.

Margherita Bufardeci, 26 marzo 2021

Streaming selvaggio. La riflessione di un ascoltatore

Da decenni, chi abita in una città più o meno grande vive costantemente immerso in un flusso ininterrotto di suoni (e  rumori), che per la maggior parte del tempo non può governare. Almeno nelle aree urbane, l’udito è continuamente sollecitato, spesso sgradevolmente, non solo dagli inevitabili effetti d’ambiente ma anche da musiche non richieste (in metropolitana, al supermercato, dagli stereo delle automobili o del vicino etc.).

Certo, possiamo portare con noi la musica che ci piace e ascoltarla in cuffia quasi ovunque, ma è piuttosto un tentativo di estraniamento e difesa dall’invadenza dell’ambiente esterno che una reale predilezione.  

Anche l’ascolto in casa non è esente da interruzioni e disturbi. 

E lo streaming? cioè l’attuale succedaneo dei concerti dal vivo − forma naturale di fruizione della musica − oggi preclusi? 

Il punto è che anche lo streaming rischia di trasformarsi in un ulteriore ingrediente di quel mix, anzi di quel blob, che ci avvolge incessantemente.

Riusciamo realmente a scegliere lo streaming ‘preferito’ o finiamo per accontentarci di ciò che passa il convento? A cominciare dall’ambiente casalingo che ci condiziona, dalla qualità del nostro collegamento e dei nostri sistemi di riproduzione.

Inoltre l’inestricabile commistione tra il suono, già penalizzato, e un’immagine imposta, che non è il nostro occhio a ricercare e selezionare: come influenza la percezione? Rischia di diventare una distrazione e un fardello anziché valore aggiunto?

In un luogo materiale, percepiamo la reale presenza delle fonti sonore, siamo coinvolti dalla gestualità e si trasmette un reciproco influsso emotivo tra esecutori e ascoltatori. Avvertiamo l’unicità, l’eccezionalità di ciò che accade hic et nunc e ce ne sentiamo partecipi.

La necessità di raggiungere un punto fisico in un momento preciso rappresenta un impegno, talvolta costringe a fare scelte, dolorose ma stimolanti, fra eventi in contemporanea e forse in conflitto, dando maggior valore all’esperienza.

La fruizione in rete è spesso differibile, offre la possibilità di abbattere barriere spaziali oltre che temporali, apre a contatti altrimenti preclusi, amplia l’audience, è più comoda in termini logistici ma fatalmente più passiva.

Arriveremo ad uno streaming perennemente attivo, ma in sottofondo, esattamente come può capitare con la radio o la TV? Un segmento del nostro blob quotidiano?

Infine, la programmazione culturale rischia lo slittamento verso un’offerta, pur qualitativa, modellata sul gusto medio e meno audace, e non solo perché in rete è difficile affrancarsi dalla logica dei ‘like’ e l’emergenza economica rende ancora più arduo sostenere i rischi dell’innovazione.

L’offerta deve oggettivamente fare i conti con i limiti tecnici del mezzo disponibile e con la frustrazione degli ascoltatori e la loro difficoltà di mantenere alta la reattività agli stimoli in un contesto più labile e meno coinvolgente.

La ricerca artistica, la sacralità del suono, quanto saranno condizionate dalla restrizione degli orizzonti espressivi e tecnologici?  

Emidio Moscianese, 26 marzo 2021

4. Claustrofobia del consumo musicale, claustrofobia della vibrazione

Questa pandemia ha accelerato quello che è un processo in atto, ossia la comunicazione mediata, sia interpersonale che plurale.

Il fenomeno che io osservo, con qualche preoccupazione, non è tanto il dato della comunicazione mediata in sé, che avvicina persone distanti anche migliaia di chilometri, quanto l’alienazione dei rapporti interpersonali reali, l’astrazione dal presente qui ed ora, ponendo la realtà reale spesso in subordinazione rispetto a quella virtuale.

E non solo. Il fenomeno della imperante invadenza dei media di fatto pone l’ascoltatore in una dimensione subordinata, passiva rispetto ad essi. Gillo Dorfles parlava di horror pleni e di alienazione già nel suo saggio del 1980, L’intervallo perduto, edito da Einaudi.

Personalmente vivo il bisogno d’isolamento, di silenzio, di suoni della natura: è la carta bianca su cui posso poi creare una composizione, sentire i miei suoni e cercare di fermarli sul pentagramma.

Insomma ho bisogno di stare lontano da quella che, già qualche anno fa, ebbi modo di definire la ‘strafonia’ del mondo contemporaneo.

Bisogno di silenzio e di riflessione.

Giustissimo augurarsi che riprendano al più presto i concerti dal vivo ma, a mio parere, il problema vero è alla base del rapporto tra musicisti / istituzioni / mercato.

Il problema è alla radice.

Enrico Renna, 10 marzo 2021 

Prendiamo in considerazione un’affermazione, nientemeno, di Adorno e proviamo a sostituire la parola «televisione» nella seconda frase con «streaming sauvage (in corsivo!!!)» [il corsivo è dello scrivente], non pare un’affermazione attuale?

[…] Accuso gli intellettuali soltanto quando tradiscono la loro natura specifica di intellettuali, mettendosi al servizio di questa ideologia dominante. Cosi come critico un certo modo di usare la televisione, ma non la televisione come mezzo tecnico, che come tale invece giudico assolutamente positiva e di enormi possibilità […]» (T.W. Adorno)

Giovanni Michelini, 7 marzo 2021

Ci ho pensato, non mi viene in mente null’altro se non fare attenzione a che “Nostalgia del suono” non diventi “Suono della nostalgia”. Non ho una posizione tranchant sullo streaming: credo sia improponibile il raffronto con l’esperienza live, è solo una possibilità di suono (e visione) che si sta affermando in un momento in cui non ci sono altre possibilità e che perderà la portata attuale d’interesse quando si riprenderà a fare musica dal vivo. Guardare un dipinto su uno schermo anziché essere di fronte all’originale: perché la dimensione visiva non crea di questi problemi e il suono sì? Suppongo basti la facoltà di discernere l’originale dalle varie forme di riproduzione e le rispettive gradazioni di qualità. Ma forse è sufficiente anche la consapevolezza della differenza, senza neanche prendere in considerazione il concetto di ripetizione, dato che l’una cosa non riproduce l’altra, ma è proprio un’altra cosa. Né meglio né peggio: un’altra cosa. A noi farne l’uso più ‘consono’.

Giovanni D’Alò, 18 marzo 2021

Vorrei cercare di capire meglio: lo streaming io lo intendo come un mezzo di diffusione di dati, ma qui la questione è più relativa alla musica suonata contro la musica  riprodotta, oppure al suono creato dal vivo contro il suono registrato e poi diffuso via stream, o a un mix di questi elementi?

Uff, come al solito non ci capisco un acca, sono troppo terra terra… Nel mio piccolo io ho un orecchio educato alla musica prodotta, riprodotta e postprodotta.

Personalmente, assistere a un concerto dal vivo mi crea mille distrazioni da quello che è puramente il suono. Il volto di chi suona, che strumento usa, le sue emozioni…  sono concentrato su tutto l’ambiente e sull’esecutore, oltre che sul suono.

Per ascoltare solo il suono, devo per forza chiudere gli occhi e poi ascoltare, e in più mi sto vergognando nell’intimo perché magari sembra a tutti che stia dormendo, ahah!

Quando sono di fronte a un impianto audio sono io e le sue vibrazioni. Amplificate a dovere, e chiare e limpide come su uno schermo 4k, le frequenze della musica mi arrivano alle orecchie e così fanno i brani della musica che arriva in streaming.

Anche qui, preferisco chiudere gli occhi per non guardare lo schermo, ma il mio personale problema con lo streaming è quantitativo, non qualitativo.

Mi ritrovo a essere inondato di possibilità di scelta, e questa volta ciò che mi separa dal suono è l’eccessiva possibilità, oppure la bulimia di ascoltare tutto ciò che la rete offre, e questo col passare dei minuti mi toglie tutta la concentrazione.

Cerco di educarmi a isolare più precisamente il mio obiettivo nella mente prima di aprire qualsiasi piattaforma e di costringermi, in maniera nazista, a spegnere quando ho avuto ciò che mi ero prefissato di avere e pensarmi piuttosto come uno che ha appena ricevuto un bel regalo!

Inti d’Ayala Valva, 23 marzo 2021

La musica dal vetro. Considerazioni sullo streaming

Il vetro del pc, lo schermo dello smartphone sono diventati i nostri palcoscenici, dove organizzare, fruire, vedere, ascoltare, cercare di percepire e ricordare emozioni. 

Lo sappiamo, lo abbiamo detto mille volte: suonare senza pubblico in un teatro vuoto non è la stessa cosa rispetto al farlo con la gente in sala; eppure, per lunghi mesi questo è stato l’unico modo per far vivere la musica. In realtà siamo costantemente bombardati da prodotti registrati e ciò vale in tutti i generi musicali. Prima non ce ne accorgevamo?  Pensiamo ai milioni di brani che spotify ci propina ogni giorno, alla ridondante sequela di canzoni tutte uguali e in quattro quarti che ascoltiamo in TV, sulle radio, nei supermercati. 

Fare un concerto in streaming è un’esperienza diversa da quella di registrare un disco. Il lavoro di registrazione di un CD è più lungo, è analitico, si lavora spesso sul frammento. Nello streaming devi comunque dare l’idea dell’arcata espressiva del concerto, devi concentrarti sapendo di non essere ascoltato dal vivo, da lontano e magari non in diretta, alcuni giorni dopo. Stai suonando in concerto ma senza tutto quello che c’è intorno al concerto. Un concerto virtuale, appunto. Una sorta di rito senza apostoli, di meditazione solitaria e ascetica sul cocuzzolo di una montagna.

La registrazione ora è finita. Il teatro, freddo all’inizio non si è riscaldato perché è rimasto vuoto. Nessuno dal pubblico è venuto a complimentarsi dopo il concerto. Il pubblico semplicemente non c’è. Le mascherine, subito indossate, nascondono le stanchezze del post- streaming. Fuori al teatro c’è l’auto, pronta per ripartire. La città è deserta. Ci vorrà poco a raggiungere l’autostrada. Per gli organizzatori il lavoro vero comincia ora. La direzione artistica deve sovraintendere alla cosiddetta ‘post-produzione’. Accertare che l’audio sia perfettamente sincronizzato al video, che gli equilibri fonici siano rispettati, che i sottotitoli siano corretti. Nel frattempo è cominciata la promozione. È stata scelta una piattaforma a pagamento. Bisogna farla conoscere al proprio pubblico, ai propri abbonati. Ma poi riusciranno tutti ad iscriversi alla piattaforma? Le istruzioni sono comprensibili? Il pagamento con la carta di credito funziona o ha elementi di criticità? Ma poi vale la pena sottoporsi a queste complicazioni tecniche? Non sarebbe forse meglio affidarsi a YouTube oppure a Facebook? Ecco, queste sono le domande che gli organizzatori musicali si fanno nell’era dello streaming, provando a darsi risposte come chi avanza in un deserto privo di punti di riferimento. E stasera com’è andata? Bene, abbiamo avuto 100.000 contatti su Facebook. Contatti. Brevi strette di mano virtuali, toccate e fughe in una serata dove osserviamo i vetri dei nostri computer, gli schermi dei nostri tablet e dei nostri smartphone e pensiamo di essere seduti sulla nostra poltrona di terza fila. Abbiamo persino nostalgia della fastidiosa tosse cavernosa della signora raffreddata che spesso ha funestato il più bel finale in pianissimo; soffriamo persino la nostalgia del cigolio della porta del palco in alto a destra, quello che il solito abbonato maleducato abbandona pochi minuti prima della fine del concerto, per fiondarsi tra i primi all’uscita. Sulla chat di YouTube sconosciuti lasciano commenti positivi: «grazie per questo dono», «la magia della musica sopravvive anche alla chiusura dei teatri». Una lacrima solca il nostro viso, in questa serata in fondo uguale alle altre di questi mesi. Ma non c’è tempo per distrarsi. Su Facebook il nostro profilo è stato attaccato dagli hacker. Troppe visualizzazioni sono come il miele per i pirati del cyberspazio. E allora bisogna difendersi, cancellare i link fasulli che vogliono sviare l’ignaro spettatore virtuale che ne fosse tentato. Che fatica. E, dopo, non ci sarà la pizza del dopo-concerto, o magari la ‘genovese’ del ristorante di fronte al teatro.

Meglio una tisana. Domani c’è il prossimo streaming da registrare.  

Tommaso Rossi, 7 aprile 2021

Però il nemico non è lo streaming

Il computer non è un nemico, lo streaming non è un nemico, la tecnologia non è un nemico, e l’essere connessi non è un peccato. Il peccato, il nemico, è probabilmente l’omologazione che dall’uso di questi mezzi può derivare. E ancor di più lo è l’omologazione imposta e subita, come in questo periodo di pandemia.

Non mi preoccupa che oggi vadano di moda i concerti on-line, sono più o meno inevitabili e forse benvenuti. Testimoniano della volontà di voler comunque ‘fare qualcosa’, anche se questo ‘qualcosa’  non è ‘la stessa cosa’. Mi preoccupa piuttosto che il mondo dello spettacolo e della cultura stiano perdendo risorse, con gravissime ripercussioni sulla vita delle persone. Mi preoccupa che dello strumento streaming non si faccia, di solito, un uso consapevole e originale. E mi preoccupa l’idea che, una volta usciti dalla pandemia, ci sia il rischio di non avere le forze per far tornare vivi i luoghi fisici della musica. 

Non rifiuto dunque il mezzo, sia esso lo streaming, il computer, la tecnologia, l’interconnessione. Più che rifiutarlo, secondo me è importante cercare di impiegarlo quando necessario e possibilmente in modo creativo o costruttivo, piegandolo alle proprie esigenze.

Come quasi tutti gli altri compositori, da decenni utilizzo anche il computer per creare e anche produrre musica. Lo utilizzo cercando di non farmi utilizzare né condurre dal mezzo, cosa che accade più frequentemente di quanto si creda, e che penso ogni tanto accada anche a me. Come fa il mezzo a condurre l’utilizzatore? Per esempio stimolando più che un flusso di pensiero musicale, una scrittura fatta di blocchi che possono essere spostati, riposizionati, ripetuti, modificati (e questa è cosa che mi capita talvolta di fare, anche se – spero − in modo pienamente consapevole). Oppure, che è forse cosa più plateale, attraverso pacchetti di frasi musicali preconfezionate, sequenze ritmiche e successioni armoniche già pronte, suoni di strumenti acustici o elettronici selezionabili da un menù a tendina, grazie ai quali con pochi click del mouse si possono realizzare montaggi dalle caratteristiche altamente professionali. Per molti generi musicali più o meno leggeri ormai si ‘compone’ in questo modo, se si vuole restituendo al verbo ‘comporre’ il suo significato etimologico più radicale di cum ponere, ossia ‘mettere insieme’ dei pezzi (di cui raramente si è autori), ma sacrificando in modo drammatico l’aspetto creativo (nel senso più specifico del ‘creare’) dell’operazione. Con ciò, beninteso, non considero genericamente privi di valore tutti i lavori realizzati su queste premesse, perché alle volte la fantasia e l’immaginazione di chi compone si manifestano in altri e imprevedibili modi, anche a partire da materiale pre-esistente. Cerco soprattutto di proporre qualche elemento di riflessione.

Da molto tempo, inoltre, il computer oltre che essere un ausilio per il compositore (il quale può, come abbiamo visto, diventarne succube) si è anche trasformato in esecutore, consentendo a costi spesso accessibili o persino nulli di produrre tracce musicali di notevole qualità, sostituendosi a persone che hanno dedicato anni allo studio e di fatto togliendo lavoro a migliaia di strumentisti in giro per il mondo. Molte colonne sonore per il cinema e la televisione sono realizzate quasi esclusivamente con strumenti virtuali, ormai praticamente indistinguibili da quelli reali, soprattutto se il compositore non impiega sonorità troppo al di fuori degli standard contenuti nelle raccolte sound libraries. Queste raccolte sono ricchissime, sia riguardo a suoni prodotti da strumenti singoli che da piccoli o grandi insiemi. Nelle libraries si trova di tutto: trilli, tremoli, vibrati, staccati, pizzicati, frullati, fino a successioni armoniche ed effetti che possono venire usati in specifiche situazioni. Per esempio, se in un film serve un crescendo orchestrale molto drammatico, è possibile sceglierlo tra quelli già pronti, i meno pigri potranno semplicemente cambiare qualcosina qua e là e personalizzarlo. E per allontanare nell’ascoltatore la sensazione che il suono sia generato da una macchina è sufficiente utilizzare il comando humanize (un nome se vogliamo abbastanza sinistro), che introduce ben dosati gradi di algoritmica imperfezione, per esempio nella scansione del ritmo. 

È vero che questo strumento costituisce un indubbio vantaggio per chi compone, che può così in modo economico e autonomo rendere pubblico un suo lavoro. Può anche immetterlo sul mercato, ascoltarlo e farlo ascoltare esattamente come l’aveva pensato, almeno per quanto riguarda alcuni fondamentali parametri (per esempio tempo, intensità, ecc.). Ma non è un concerto. Non è neanche una registrazione in studio. A queste ‘esecuzioni’ (mi sembrerebbe più adeguato il termine rendering) mancano l’elemento fisico, la reazione acustica della sala, l’emozione dell’assistere al prodigio della musica dal vivo, l’interazione con il pubblico, e altri elementi tutti di fondamentale importanza che non sto qui ad elencare. E manca  − lo dico parlando come compositore − soprattutto l’elemento sorpresa, il cambio di prospettiva. Quando scrivo un brano, ho di solito in mente molto chiaramente come debba suonare, a che tempo, con quali dinamiche, con quale fraseggio, etc. Nel momento in cui lo consegno a chi lo suonerà, so in anticipo che in parte ne perderò il controllo. Lo so, e ne sono contento. Quel brano stimolerà una reazione in chi lo interpreta, verrà filtrato, letto sotto una diversa angolazione, adattato a una personalità che ne metterà in luce alcuni aspetti dei quali forse io stesso non ero a conoscenza, oppure ne oscurerà degli altri, nel qual caso potrò anche dispiacermi, ma farà parte del gioco. Saranno insomma persone in carne e ossa a confrontarsi con la partitura, e a trasformarla in un organismo vivo attraverso l’irrinunciabile, singolarissima lente della loro esperienza. Questo, l’elemento umano, il confronto con gli altri, il relazionarsi di più storie e punti di vista, è ciò che più manca alle produzioni realizzate al computer, e in buona parte anche alla pratica dei concerti in streaming. E non riesco a immaginare come a questo aspetto si potrà rinunciare, né come potrà essere sostituito da stringhe di codice binario.

Mario Berlinguer, 7 aprile 2021

5. Apologia del respiro

explorer les voies

qui communiquent

avec l’univers entier

organiser l’attention

sur un minimum d’espace

cela dépend du souffle

 

Giacinto Scelsi, L’homme du son, Arles, Actes Sud, 2006, p. 211

[…] Voce dell’alterco supremo, del piacere, della potenza iniziatrice, essa fa sgorgare il sangue dall’ombra a mo’ d’invettiva; il suo respiro ci assiste, testimone di umanità e di grandezza, e la sua potenza in noi, assurta all’altezza del mito, fa sì che ‘il tempo debordi’, e ci tenga più vivi sull’altro versante delle cose.

Esiste, in effetti, strumento più sensuale di questo? Ogni sua nota non trae origine dall’aria che respiriamo, per venire ad accordarsi − carica di armonici, dai più gravi ai più acuti − con le vibrazioni più profonde del nostro corpo?  Una tale  materia è quanto di più vivente e, al contempo, quanto di più concreto, di più strano esista. Essa vive! Basta avvicinare l’orecchio alla canna per sentire ogni sorta di timbro avvolgersi attorno al suono fondamentale, come un vestito dai mille colori che gli dia nuovi impulsi, o come famiglie di suoni estranei che lo stuzzichino. Che vi allontaniate o avviciniate, ogni nuova postazione vi darà una versione differente della nota che ascoltate perché nessun altro strumento,  meglio di questo, sa utilizzare e sfruttare lo spazio sonoro che gli è destinato. E questa ‘presenza materiale’ stessa è il suo mistero. Ci si interroga, allora, su che cosa, in natura, possa produrre simili fenomeni, che non sia animale o materia animata… Questo rumore è un canto, un grido. La Chiesa sarebbe perciò poco avveduta se volesse cercare nell’organo uno strumento le cui qualità fossero simbolo di misticismo o rinuncia. L’organo è carne. E questa carne vivrà finché la si saprà considerare come tale, e che si saprà scoprirne la sostanza. 

Jean Guillou, L’orgue, avenir et souvenir, Paris, Buchet et Chastel, 1978 (trad. it. a cura di L. Mazzanti)

Impressioni teatrali

[…]

Ma davvero sublime è il calare del sipario

e quello che si vede ancora nella bassa fessura:

ecco, qui una mano si affretta a prendere un fiore,

là un’altra afferra la spada abbandonata.

Solo allora una terza, invisibile,

fa il suo dovere

e mi stringe alla gola.

 

in Wisława Szymborska,  Ogni caso (1972), trad. it., Milano, Adelphi, 2009

«E come potevamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore […]?».

Ecco, fare musica senza pubblico, senza respirare assieme al pubblico col soffio del mio strumento, oltre che col mio, è per me un evento talmente nefasto da evocarmi il salmo biblico Lungo i fiumi di Babilonia, in particolare nella lancinante reinterpretazione che ne fece Salvatore Quasimodo in piena seconda guerra mondiale. Ma ciò è perché avverto in quel gesto − precisamente come in quello degli ebrei esuli a Babilonia – tutt’altro che una rinuncia, bensì una forma di ‘ritirata attiva’, simile a quella descritta dal Libro de I King, ovvero il Libro dei Mutamenti (il millenario oracolo cinese, non a caso).

Eppure, io personalmente, non ho davvero mai smesso di suonare: per me, e per una chiesa di Roma che non ha mai smesso di ‘risuonare’ grazie a un parroco (Padre Franco Incampo, il prete di tutti i senzatetto) che offre, una volta al mese, a un pubblico piccolo quanto significativo − che ha l’aria di chi è assetato, nel deserto generale, e ha trovato di che abbeverarsi – ‘meditazioni musicali’ su Salmi biblici. Un escamotage − dalle profonde implicazioni spirituali e poetiche − per non essere costretta da questa situazione sinistra, e sinistramente somigliante a una guerra (mondiale anch’essa), a dover trasformare la mia arte in un artificio. 

«[…] Alle fronde dei salici, per voto, anche le nostre  cetre erano appese, oscillavano lievi al triste vento».

Livia Mazzanti, 19 marzo 2021

6. Siamo tutti Beethoven (ironia di una commemorazione)

La nostalgia del suono per me fa parte più in generale di una sempre più acuta nostalgia del ‘corpo’ e della fisicità, della quale siamo sempre più deprivati, e non solo da quando c’è il virus, che si è limitato a darci una bella spinta giù per un pendio sul quale ci trovavamo già da tempo ipnoticamente affacciati…

Per non parlare del respiro, ormai parola da cospiratori, da sussurrare con circospezione (per non finire sotto i respiratori, caso estremo di aria condizionata…).

In questo senso lo streaming svolge un ruolo ambivalente, perché può trasportare immagini e suoni ad un livello qualitativo decisamente superiore rispetto a quanto consentito dai precedenti supporti digitali (CD, DVD, etc.), per risoluzione e quindi capacità di restituire la ricchezza, la vitalità e il respiro dei fenomeni fisici che riproduce.

Nel campo dello streaming di contenuti audio e/o video non dal vivo, ma già preparati con cura in precedenza, come gli album discografici e i film, oggi soffrirei molto se dovessi tornare negli angusti limiti del suono del CD (che mi ha sempre fatto soffrire fin dalle prime esperienze negli anni ‘80) e se, invece di poter saggiare tutte le novità discografiche in streaming (legalmente, grazie all’abbonamento ad una delle piattaforme che offrono questo servizio talvolta ad una qualità audio pari o superiore a quella del CD confezionato e con la possibilità di consultare il libretto digitale su tablet, con meno problemi di vista e decifrazione…) fossi, come un tempo, costretto ad attenderne l’arrivo in un negozio, acquistarle a caro prezzo (oppure farne copie di dubbia qualità, praticità e liceità) per poi magari restarne deluso…

Il rischio è che proprio la qualità sempre più da trompe l’oeil et l’oreille consentita dallo streaming renda troppo sopportabile la prigione dorata della finzione e fiacchi la volontà di tornare a confrontarsi, ove e quando possibile, con la realtà fisica, creando l’equivoco che di essa si possa fare a meno. 

E invece, come esortava Dylan Thomas:  «Do not go gentle into that good night, […] Rage, rage against the dying of the light». (E aggiungerei «of the sound»). 

Siamo tutti Beethoven? 

Magari! Forse invece siamo tutti “Ludwig Van”…

Anche a me, per tutto il 2020, ‘non suonava’ che stessimo festeggiando proprio Beethoven, uno degli spiriti più liberi e umani che si conoscano; semmai quel “Ludwig Van”, il cupo idolo del disumano protagonista di Arancia Meccanica di Kubrick la cui vicenda per certi aspetti sembra prefigurare l’odierno stile lockdown.

La “Cura Lodovico” alla quale egli viene sottoposto a scopo ‘rieducativo’ ha delle analogie con l’attuale orgia di virtualità: «L’hai voluta la violenza (alias, per noi, il virtuale invece del reale)? Ecco, ora goditela giorno e notte fino alla nausea, che tu lo voglia o meno, con gli occhi tenuti aperti da mollette e la testa bloccata in direzione dello schermo…». 

Peter Dimpflmeier, 27 febbraio 2021

7. Scrivere di musica: «il grido d’allarme» della musicologia

dedicato a tutti i miei allievi, di sempre

Non posso negare la momentanea infatuazione che mi colse all’incirca un anno fa, dopo alcune settimane di smarrimento, nel ripristino tecnologico della didattica, sia pure a distanza… Sono una persona di scuola e a scuola esercito il mio mestiere di musicologa, partecipando ai miei allievi incognite e conquiste della disciplina. Che intendo comunque come ambito di studio nient’affatto autosufficiente, bensì al servizio della musica e dei musicisti. La relazione ultratrentennale che intrattengo con gli allievi è da sempre centrale nel divenire del mio mestiere, giacché gli allievi, insisto, rappresentano il polo critico, oltreché ricettivo in senso lato, di ogni mia operazione di scandaglio inerente alla musica d’arte come patrimonio perdurante all’interno della nostra esistenza. Ho sempre privilegiato gli aspetti creativi della ricerca musicologica, cosicché pensare e scrivere di musica ha significato sistematicamente per me sfidare il limite cartaceo e puramente libresco dei nostri manufatti per gettare nuova luce su cose e persone già ‘scritte’, ma non di rado da riscrivere, o per dare forma scritta a ciò che non è stato ancora storicizzato. 

Abbiamo scritto tanti libri, abbiamo lavorato assiduamente in questo anno e passa di pandemia, prova ne siano i cataloghi degli editori, gli indici delle riviste e quant’altro affolla grandemente il nostro piccolo mondo ancillare. Ecco il punto: a me, i libri piace scriverli insieme agli allievi! Ed è questa esigenza, insopprimibile, seppure nient’affatto originale – la musica e i musicisti vivono da sempre nella specularità dell’apprendere e dell’insegnare, così bene allacciati nell’intestazione schönberghiana dell’Harmonielehre: «questo libro l’ho imparato dai miei allievi» −, esigenza, lo ripeto, che ha polverizzato nel giro di poche settimane l’infatuazione di cui raccontavo nelle battute d’esordio nel riferirmi allo slancio aurorale che a tutta prima ha circonfuso le lezioni in remoto. Oggi, più che mai, mi ripeto che la stanza virtuale è scaduta, non funziona o funziona troppo poco; che gli ‘alveari’ – così Walter Branchi allude alle schermate che incolonnano i nostri volti interrogativi, alle volte soltanto i nostri nomi, sulle piattaforme digitali −, sono troppo spesso muti o assenti e dunque inoperosi, improduttivi perché incapaci di trasmettere quella vibrazione affettiva profonda che essa sola move il sole (il mondo) e l’altre stelle 

Ecco, mi auguro si possa tornare a vivere ‘dal vivo’, a fare musica e a parlare di musica ‘dal vivo’, a scrivere (e leggere) i nostri libri con i nostri allievi di oggi, di ieri e di domani…

Daniela Tortora, 21 marzo 2021

Gli autori

Luca Bisante, proiezionista cinematografico

Walter Branchi, compositore, rodologo

Margherita Bufardeci, un’appassionata di musica

Mario Berlinguer, compositore, direttore di coro, già direttore della rivista «SUONO»

Giovanni D’Alò, direttore artistico dell’Istituzione Universitaria dei Concerti di Roma

Inti d’Ayala Valva, sound designer

Peter Dimpflmeier, cofondatore dell’etichetta discografica Continuo Records

Renato Grieco, compositore

Luca Margoni, chitarrista, compositore elettroacustico

Antonio Mastrogiacomo, musicologo

Livia Mazzanti, organista, ideatrice del festival MUSICOMETA

Giovanni Michelini, organista

Emidio Moscianese, un ascoltatore di lungo corso

Enrico Renna, compositore

Tommaso Rossi, flautista, direttore artistico dell’Associazione Alessandro Scarlatti di Napoli

Daniela Tortora, musicologa

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